lunedì 5 agosto 2019

FisioPodcast-23-Le Catene Muscolari GDS, Intervista al Dr. Fabio Colonnello

Questa settimana parliamo di un metodo di terapia integrata molto interessante: il metodo catene GDS. Sarà nostro ospite il Dr. Fabio Colonnello, fisioterapista e osteopata di Siena. Sarà un'intervista piena e corposa e piena di spunti interessanti.

Ricordatevi di venire a Verona il 6 ottobre per la giornata promo sul metodo GDS.
Iscrizioni a A QUESTO LINK


TRASCRIZIONE DELL'INTERVISTA 

Le catene muscolari GDS
Intervista al Dr. Fabio Colonnello

Ciao Fabio e benvenuto a FisioPodcast
  Grazie a voi e a tutti gli ascoltatori.

Io sono un tuo follower, su YouTube, Facebook. Pubblichi video molto esplicativi sul tuo metodo di lavoro e ne sono rimasto affascinato. Credo di non essere il solo, ma comunque vorrei presentarti bene al pubblico di FisioPodcast. Chi sei e di cosa ti occupi?
  Nasco come fisioterapista, poi divento osteopata e poi mi sono occupato di catene muscolari GDS, a livello formativo; nel mio studio mischio molte tecniche diverse e molte terapie diverse. Ho uno studio con 5 fisioterapisti, due segretarie, insomma sono ben installato. Quindi faccio due lavori: faccio il lavoro sul campo, sul pezzo, tutti i giorni e poi mi occupo di formazione con questa straordinaria scoperta che 10 anni fa ho fatto, che si chiama catene muscolari GDS.

E infatti l’argomento di oggi è proprio questo: le catene muscolari GDS, che sarebbero le iniziali dell’ideatrice, la fisioterapista e osteopata belga Godelieve Denys-Struyf. Cosa sono le catene muscolari GDS?
Le catene muscolari GDS sono un metodo terapeutico, un metodo di terapia integrata, che unisce il funzionamento del corpo e i suoi collegamenti stretti con la psiche. È un un incrocio tra le migliori tecniche osteopatiche, la fisioterapia, una parte di medicina cinese, che ci serve a inquadrare il paziente a livello energetico, e una parte di psicologia. Tutto questo ci offre la possibilità di inquadrare meglio la tipologia del paziente per poter erogare una terapia efficace, veloce e che sia ben gradita al paziente.

Se penso alle catene muscolari mi vengono in mente altre metodiche come il Mezieres e l’RPG. In cosa si differenzia il metodo catene GDS?
A differenza del Mezieres e del RPG, che hanno spopolato in Italia negli anni 80-90, il metodo GDS ha una parte psico-comportamentale interna. Mentre il Mezieres e RPG sono solamente delle tecniche di stiramento meccanico, il GDS unisce anche una parte di approccio psicologico ed energetico molto efficace. In più, le tecniche non vengono basate solo sullo stiramento ma ci sono delle tecniche specifiche, che si chiamano accordage, che si chiamano fusione, e c'è tutta la parte comportamentale per lavorare sul vissuto comportamentale dei pazienti, che così possono percorrere la loro trasformazione verso una tipologia funzionale migliore.

Tutti i metodi di catena fanno una suddivisione in base alla struttura o alla funzione. Anche GDS è così?
  Ovviamente anche GDS ha delle catene funzionali, ma non solo. Ripeto: non è solamente una cosa meccanica ma dietro due semplici lettere (AL, PL, anterolaterale) si trova una disposizione topografica dei muscoli. Ma si trova anche un'utilizzazione corporea, si trova anche una struttura mentale, si trova anche un una tipologia energetica, un approccio. Quindi sappiamo solo con due lettere chi è questa persona, come si muove, cosa preferisce ricevere durante la terapia, quali sono i punti forti, quali sono i punti migliorabili e quindi veramente è prendersi cura del soggetto a 360°. Io vengo dall'osteopatia, vengo dal Mezieres, vengo anche dal RPG. Il GDS è veramente tutta un'altra cosa. È la terapia, la metodica che veramente ha dato un impulso, un boost mostruoso alla mia carriera professionale in studio.

Questo metodo prevede tecniche di massaggio, manipolazione, terapie fisiche o esercizi a domicilio?
  Per quanto riguarda le tecniche, come ho detto prima ci sono delle ottime tecniche osteopatiche: non si lavora tanto contro barriera con le tecniche ad alta velocità ma si lavora più in energia muscolare e in tecniche funzionali, che vanno NON contro la barriera ma verso la lesione, quindi le tecniche di Jones di Strain-Counterstrain. Quelle sono delle tecniche che sono molto valide, molto dolci, che rispettano anche la tipologia del paziente. A volte, invece, andiamo contro barriera su pazienti PM, su pazienti PL, che vogliono e gradiscono delle terapie “strutturali”. Abbiamo anche delle tecniche strutturali che possono aiutare e che possono essere ben gradite al paziente. Abbiamo delle tecniche che sono precise per determinati pazienti, con il 100% di gradimento da parte dei pazienti.

Quali sono i pazienti, le patologie o le disfunzioni che possono essere trattate con questo metodo?
Gli stessi della fisioterapia classica. Quelli che si sottopongono a fisioterapia chiaramente possono essere anche sottoposti al metodo delle catene muscolari GDS, specialmente quando la lesione anatomica non è proprio conclamata. Lì, allora bisogna operare in modo ancora diverso: se c'è una lesione muscolare, per esempio, se c'è una lesione intestinale, chiaramente lì le possibilità di recupero, di autoguarigione, di miglioramento sono impedite, si è arrivati al punto di non ritorno e quindi è necessario un supporto farmacologico o chirurgico, ecco. Un po' come la fisioterapia classica.

Il fisioterapista lavora, o dovrebbe lavorare, anche nel campo della prevenzione. Che ruolo potrebbe avere questo metodo in questo senso, in questo ambito?
Come ti ho spiegato, le catene muscolari GDS hanno un effetto predittivo sulle persone. Cioè vanno a inquadrare la tipologia del soggetto, a capire chi è il paziente che hai davanti e, quando hai capito le sue caratteristiche, sia meccaniche che psicologiche, comportamentali, e l'utilizzazione corporea, riesci a intercettare quello che è la traiettoria nella sua Timeline, nella sua vita. Da un punto di vista meccanico lo vediamo, per esempio nel ginocchio valgo. Ecco, il ginocchio valgo ha un terreno favorevole per un allungamento, per una distorsione, per un infortunio al collaterale interno. Nel AL e AM c'è questo rischio. Quindi AL e AM hanno una fragilità del legamento collaterale interno. È un esempio, chiaramente, molto banale, molto semplice. Le cose sono più complesse: per esempio, in una PM, dove c'è un comportamento di fare, un bisogno di fare, la catena postero mediana è animata da un bisogno di essere utile, a rendersi utile, quindi fare. Allora, per esempio un PM ha un torace molto gonfio, molto probabilmente con lo sterno, chiamiamolo orizzontale, con una dinamica di orizzontalità maggiore di quanto sia in verticalità. Ecco, se il comportamento di un PM è eccessivo nel fare, allora si ha un attivazione della PM e questa attivazione tramite dei muscoli particolari (non voglio scendere in dettagli ma diciamo la catena postero-mediana, quindi i fasci costo-costali dell'ileo costale, per esempio) creano una estensione delle coste, quindi una disfunzione in inspirazione e un aumento della distanza antero-posteriore del torace. Lì ci sono dei legamenti sterno-pericardici e vertebro-pericardici che tirano sul cuore, sul sacco pericardico e predispongono ad accidenti cardiovascolari. Quindi, lavorando sul comportamento, calmando questa PM anche a livello comportamentale, non solo a livello meccanico massaggiando ma invitando il paziente a lavorare meno, a fare meno (chiaramente non si dice così, banalmente, ma si utilizzano delle parole precise) e se si riesce a calmare questo bisogno di fare, chiaramente si riesce a prevenire un accidente cardiovascolare. È così anche con l'utilizzazione, per esempio, della morfologia cranica. Ecco, tra l'altro oggi è il 5 agosto. La scorsa settimana ho pubblicato un articolo proprio sul cranio, che invito a leggere. Con il cranio, per esempio, con la forma cranica, si riesce a individuare il Delta, il gap viscoelastico tra la tipologia innata nel paziente e quello che si riesce a ottenere tramite la terapia manuale o l'esercizio terapeutico. Quindi, le possibilità predittive sono enormi e quindi anche preventive. Però, come sai, in Italia la prevenzione è un po' messa da parte e così ci si interessa molto della cura e la prevenzione è poca. Il GDS dice veramente tanto sulla prevenzione, oltre che sulla cura.

Oltre alla divisione in catene c’è anche una differenziazione in fenotipi posturali?
  Come si è detto, ogni paziente non è solo un insieme di localizzazioni topografiche dei muscoli ma è proprio un individuo con un modo di pensare, un modo di vedere o di sentire, di percepire le cose, a seconda se sono visivi, auditivi, cinestesici. Quindi ha un bilancio energetico strutturale, ha una struttura psicologica ed esperienziale individuale, e quindi ci sono delle delle componenti che sono facilmente individuabili per operare con successo nel mondo della medicina e dei fattori bio-psico-sociali. Oggi tutti quanti parlano di fattori bio-psico-sociali, ce l’hanno molti in bocca ma è un po' come il sesso con gli adolescenti. Tutti, tra gli adolescenti, ne parlano ma nessuno sa come si fa. Ecco, le catene muscolari offrono veramente, per quanto mi concerne, per quanto è di mia esperienza, l'unica metodica che ha veramente a che fare con i fattori bio-psico-sociali e offre degli strumenti validi per poterli affrontare.

E quindi quali sono le catene GDS? Possiamo descriverle velocemente?
  Le catene GDS sono 5 e sono la AL (che è una catena Antero laterale, Azzurra), poi abbiamo la sua sorella complementare la PL (Postero-Laterale, Verde) e poi abbiamo la catena AM (Antero Mediana, Gialla) la catena Postero Mediana PM, Viola e poi abbiamo una catena speciale, che è legata alla respirazione, che è la catena PAAP, che è una catena Rossa, fuoco in medicina tradizionale cinese.

Facci un esempio per far capire meglio ai nostri ascoltatori. Che cosa significa, che so... AL?
AL è una catena di introversione. Jung chiamava questa catena “tipologia introversa”. Sono persone riservate, che arrivano allo studio 20 minuti prima dell'appuntamento, hanno tutti gli esami bene impacchettati, si siedono in un certo modo, con un’utilizzazione corporea molto legata all’adduzione e alla rotazione interna. Quindi sono molto compìti, hanno un tono di voce molto particolare. Sono educati, precisi, puntuali, metodici, affidabili, costanti, sono molto portati all’endurance, gli sforzi prolungati. Sono persone sempre in costante atteggiamento di difesa. Qualche marito conoscerà la storia di quando dice alla moglie “cara, come sei bella oggi”. Un AL risponderebbe “perché solo oggi?”, Ecco questo è un po' l’AL, una tipologia introversa che è sempre sul carattere difensivo. Ma questo è il frutto della sua storia, che una storia ricca probabilmente di traumi percepiti, sia fisici che psicologici. Lì si sviluppa una catena Antero Laterale di difesa e va trattata, chiaramente, non aggredendola, non con tecniche strutturali. Ma va trattata con tecniche funzionali, tecniche molto dolci, si usa il caldo, si usano determinate macchine (per chi usa terapia fisica) piuttosto che altro. Quindi, anche nel campo della terapia fisica, si possono adattare le varie macchine, le varie terapie da erogare a seconda della psicologia del paziente, perché questo può gradire il trattamento e quindi aprire le porte al cambiamento, alla “guarigione”, al miglioramento. Oppure può chiuderle e quando un paziente chiude le porte alla guarigione o a un approccio, o a un pensiero... Beh, li puoi fare quello che vuoi, la terapia erogata anche se è giusta, anche se erogata in modo giusto, non passa. Ecco, il metodo GDS ti consente di individuare quali sono le porte di ingresso di un paziente e poter erogare una terapia specifica, gradita che va a segno.

È corretto se dico che chi ha una dominanza di catene anteriori tende a un atteggiamento di introversione e, viceversa, chi ha una dominanza di catene posteriori tende all’estroversione?
  Non proprio. Introversione ed estroversione appartengono alle catene Antero Laterale e Postero Laterale (AL e PL). Se invece parliamo di catene mediane anteriore e posteriore, allora potremmo dire che chi è dominato dalla catena Antero Mediana ha facilità nello schema di flessione; invece, chi è dominato dalla catena PM (posteriore mediana) ha una facilità nello schema di estensione. E non solo: ha una Vision differente da quella di chi è dominato dalla AM; mentre l’AM ha una timeline lineare e un occhio, il focus psicologico, che guarda verso il passato, il PM taglia col passato e guarda verso il futuro. Va avanti per step, per traguardi da raggiungere, ha un Focus orientato al futuro. Mentre avremo nell'altro caso un paziente che parla più dei nipoti, delle tradizioni, della famiglia… Ha un occhio orientato verso il passato. Ecco, una è una catena performante, che si chiama “guerriera” (PM); l’altra invece è una catena più affettiva, dominata dagli schemi di flessione.

Come è strutturato un percorso riabilitativo nel metodo GDS? Intendo, valutazione iniziale, durata delle sedute, frequenza, eventuali follow up.
  Il numero di sedute, la posologia, chiaramente cambia con la gravità della patologia, da quanto tempo questa si è instaurata. Quindi dipende da molti fattori e, non ultimo, dal tipo di terapista che eroga la terapia, cioè dalla struttura comportamentale del fisioterapista. Questo è un po' più complicato; ci sono due articoli che parlano di terapista introverso e terapista estroverso, sul blog, e invito a leggerli. Togliendo di mezzo il terapista, che è comunque parte importante, nel nostro studio per esempio facciamo così: io faccio le prime visite, faccio la lunga anamnesi e invio al collaboratore, al collega che è formato in GDS per dei trattamenti due volte la settimana. Dopo tre settimane li rivedo io, quindi fanno all'incirca una media di 6 sedute. Poi c'è la possibilità che qualche volta le sedute possano anche diminuire fino a dei mezzi miracoli, in una o due sedute possiamo risolvere un problema; oppure, nel caso di riabilitazione, possono prendere anche da diverse settimane fino a qualche mese, come è normale che sia anche quando si riabilita un crociato. I tempi sono lunghi perché una cosa è liberare la struttura; liberare è molto semplice, ci sono mille tecniche che liberano. le manovre ad Alta Velocità, i massaggi, gli allungamenti, la fibrolisi, un sacco di cose. Questa fase è molto veloce e molto semplice. Io, ma chiunque, in pochi secondi riesco davvero a liberare un articolazione. Altra cosa invece è costruire. Costruire prende del tempo, cioè far percepire gli appoggi, far percepire gli assi, il movimento, lo schema motorio necessita di più fasi di costruzione. Prendiamo appunto dal Feldenkrais, prendiamo da Mathias Alexander, prendiamo tecniche di Ehrenfried... Quindi il GDS è molto completo anche nel costruire. Costruire, a dir la verità, non è il mio settore preferenziale. Io sono più un “meccanico” che sblocca e aggiusta ma ho con me delle persone che hanno come prima passione la costruzione della consapevolezza corporea. E questo sicuramente prende molto più tempo, fino ad arrivare anche a 3-4-5-6 mesi, dipende un po' da quanto è perturbato lo schema motorio della persona, e che grado di lesione nervosa, anatomica questo paziente abbia.

Ho notato che il logo delle catene GDS assomiglia a una stella a 5 punte, che immagino corrispondano alle 5 catene individuate dal metodo. È solo un logo o ha un significato funzionale, come di... interconnessione tra le catene?
  Il logo è una mia invenzione, viene fuori dall'uomo di Agrippa, dal “De occulta Philosophia”, un libro molto antico. Mi piaceva perché ha il piede sinistro in rotazione esterna (in linea con la PL che ha una rotazione esterna sinistra) e la rotazione interna destra (come la AL). Poi hai all'estremità i 5 mondi GDS; poi all’interno c'è una stella (è ricco di simbologia quel simbolo). La stella perché nel metodo GDS una delle strategie terapeutiche è la stella, la strategia della penta-coordinazione. Quindi, quando si va a lavorare un gruppo di muscoli di un pallino, di una catena, automaticamente bisogna andare a lavorare nelle due catene adiacenti. Questo per la penta-coordinazione e per un equilibrio tra i muscoli nei tre piani dello spazio. Agendo con questa tecnica della stella si ha un lavoro prettamente biomeccanico. Invece nel simbolo c'è anche una specie di “S”, si chiama lemniscata: quella è una strategia più energetica. Poi, al centro, c'è un pentagono rovesciato che abbraccia il bacino: quella è la strategia della ruota, un'altra strategia ancora che permette nel 80% (per esempio) delle lombalgie, di partire dal bacino in un certo modo, tranne in una catena in cui parti da un'altra zona. Poi c'è un'altra strategia ancora, che è quella dell'onda, a seconda del lavoro che si vuole fare. A volte bisogna semplicemente liberare e allora vai sulla meccanica, vai sulle tecniche di terapia manuale, vai sulla Penta-coordinazione, vai sulla strategia della stella. Oppure altre volte devi costruire, cioè quando manca un pattern motorio, quando il paziente vive male, abita male il proprio corpo, allora bisogna usare un altro tipo di lavoro e si usa la strategia dell'onda, che è una strategia con una nozione del tempo particolare (Date un'occhiata agli articoli che sono sul blog perché ci sono anche delle cose comportamentali molto carine, una è la nozione del tempo per esempio). Ecco lì bisogna costruire, quindi si usa un altro tipo di strategia. Quindi ogni strategia (ed è ricchissimo il GDS) va a colpire, va a costruire, va a liberare, va a nutrire determinati settori dell'essere umano, che è sfaccettato. Non siamo solo un insieme di ossa e di muscoli ma c'è una persona che abita all'interno.

La postura ideale e la simmetria. Due concetti spesso ricercati ma forse da rivedere. E la lemniscata che hai appena citato qui è importante, sbaglio? Cioè, per esempio, non è importante che un segmento corporeo abbia un atteggiamento... in intrarotazione ma che abbia comunque la capacità di esplorare tutto il range di movimento. È questo il concetto di lemniscata?
  Esattamente Alessandro, proprio così. La libertà di movimento deve essere nei tre piani dello spazio. Il grado di rotazione interna deve essere uguale alla rotazione esterna non tanto nella sua componente misurabile, meccanica, angolare, quanto nella qualità viscoelastica del movimento. Cioè, la qualità della rotazione interna e rotazione esterna deve essere uguale e la lemniscata è una strategia, un esercizio che riequilibra tutte le catene muscolari, tramite una sequenza di stiramenti ben precisi che, se fatta in modo appropriato, viene data ai pazienti come mantenimento dopo il trattamento; se viene effettuato in modo veloce (massimo 1-2 secondi per ogni posizione) viene affidata agli sportivi pre-gara perché riequilibra tutte le catene, rende il gesto più fluido e più efficace durante lo sport.

Come si può apprendere il metodo catene GDS?
  Facciamo una formazione a Milano, nei locali della scuola di Osteopatia ICOM, in centro a Milano. È molto facile raggiungerla. Sono 33 giorni, 11 seminari da 3 stage ciascuno. Gli insegnanti sono internazionali, non sono io che insegno, sono solo l'organizzatore e un fan, uno che applica in studio la metodica, ecco. Gli insegnanti veri hanno una capacità molto elevata, fanno parte del centro di formazione di Philippe Champignion in Francia. Insegnano in tutto il mondo, in Brasile, in Australia, un po' in tutta Europa e anche qui in Italia. Questa è la terza formazione che facciamo. Ne abbiamo fatte due a Siena, a casa mia. Ho visto che la cosa andava bene e quest'anno ci siamo spostati a Milano. Va molto bene e il prossimo anno, da gennaio, parte la nuova formazione che saranno 11 stage da 3 giorni ciascuno, e dove verrà assegnato agli allievi tutto il materiale, consegnato tutto il sapere di Godelieve Denis Struyf rivisitato da Philippe Champignion & company.

Molti dei nostri ascoltatori sono neolaureati o studenti in fisioterapia, spesso persi nel mare della formazione. Cosa ti sentiresti di consigliare a questi giovani colleghi?
Sì, mi sento di consigliare essenzialmente di guardarsi dentro, a questi giovani colleghi, di capire bene quali sono le motivazioni che hanno portato loro a fare questo tipo di scelta lavorativa, lavorare con il corpo. È una cosa che ha che fare con il manuale, l’aggiustare? L’ego, il prendersi il merito di aggiustare fisicamente le ossa, aggiustare i muscoli? Ok, allora probabilmente siete più portati verso la terapia manuale. Altri invece hanno come bisogno quello educativo, di educare il movimento, di dare consapevolezza corporea? E allora questi giovani colleghi è bene che si specializzino sulle forme di movimento, il Feldenkrais, quello che offre il panorama della formazione italiana. E poi capire un po' se avete una mentalità meccanicistica pura, quindi considerate il corpo come delle ossa dei muscoli solamente e a pezzi, diciamo così. Quindi fate dei bei corsi monotematici sulla spalla, sul ginocchio da personalità eminenti della Formazione; oppure pensate che una spalla è attaccato al bacino, che c'è comunque un'unità nel corpo e quindi a volte per vedere un mal di schiena bisogna vedere i piedi e viceversa? Quindi avere una nozione più di integrazione e se questa integrazione viene seguita anche da integrazione psicologica, comportamentale, ancora meglio perché il famoso fattore bio-psico-sociale è importantissimo. Non siamo solo ossa, muscoli seppur uniti, ma siamo delle persone che abitano il loro corpo. Quindi si possono fare delle microesplorazioni, a pezzi, per il corpo e unirle successivamente nel corso dell'esperienza nel corso degli anni. Unirle insieme oppure partire già subito con una disciplina, una metodica che abbracci il corpo intero, che dia degli ottimi strumenti e poi specializzarsi nel campo che poi ciascuno più ama. Chi ama il ginocchio si farà un corso monotematico ma integrato, partendo da una nozione che il ginocchio è attaccato all’anca ed è attaccato alla schiena. Ecco questo mi sento di consigliare

Ecco, hai citato il Feldenkrais. C’è una qualche affinità tra i due metodi o hanno filosofie completamente differenti?
  No, sono due cose diverse. Il Feldenkrais è una forma di autoterapia sostanzialmente, autoscoperta del corpo nei micromovimenti per poter comandare a livello neurologico meglio le sequenze e i pattern di movimento. Invece il GDS è una medicina molto più ampia che ha, tra la terapia manuale e la costruzione del vissuto corporeo e la costruzione della postura, i suoi elementi cardine e prevede anche degli esercizi di coscientizzazione corporea, di consapevolezza corporea molto simili al Feldenkrais o addirittura presi dal Feldenkrais, perché il GDS molto spesso prende il meglio di tante medicine. Solo che le applica alla preferenza del paziente. La genialità sta proprio in questo, ecco, prende i migliori tipi di tecniche che ci sono e li adatta alla personalità del paziente, a seconda del loro gradimento.

Una considerazione personale: il punto forte di questo metodo è il legame con la sfera comportamentale, psichica, emozionale, della personalità. Aggiungo anche il legame con la medicina tradizionale cinese. Allo stesso tempo però può essere un punto debole perché molti, presi dallo scetticismo, pur mantenendo la volontà di apprendere un metodo globale, puntano sui classici Mezieres e RPG. Tu cosa ne pensi?
Sì Alessandro, hai ragione, non ci avevo mai pensato. Può essere un punto di debolezza questa complessità e questa ricchezza del metodo GDS. Ma in realtà è un punto di debolezza solo per i più deboli, perché i più forti sanno che è un punto di forza spaventoso. Perché si va ad aggiungere, per esempio, dopo le 3 dimensioni, la quarta dimensione che è la dimensione temporale, come ho scritto in un blog. Quindi è un elemento assolutamente innovativo e per me anche la verità è del mistero del corpo umano. Ecco perché non credo che siamo solamente delle ossa e dei muscoli che tirano la biomeccanica ma come ho detto prima c'è una persona che abita all'interno, con le proprie emozioni, col proprio vissuto personale, che reagisce alle terapie e alle tecniche in modo assolutamente imprevedibile per chi non conosce il metodo GDS. È prevedibile e guidabile per chi conosce il metodo GDS. Quindi le persone che si spaventano oppure hanno bisogno di un elemento basilare, fanno quello che ho fatto io all'inizio: Mezieres e RPG. Le persone che vogliono veramente approfondire e aumentare la percentuale di successi fino al 92,4%, perché questo è stato calcolato dalle mie statistiche che faccio ogni giorno in studio (noi abbiamo più di 5000 pazienti, eroghiamo 50 trattamenti al giorno). Queste statistiche ci dicono che il 92,4% sono soddisfatti perché, non solo sono migliorati, ma quelli che sono migliorati sono convinti di essere migliorati per la particolarità delle nostre cure. Quindi instillare questa consapevolezza di guarigione è possibile solo su persone che si sentono trattate bene, si sentono coinvolte nella terapia. E questo si può fare, a mio avviso, per quello che so io, solo con il metodo catene muscolari GDS, col metodo psico-comportamentale che unisce la biomeccanica del RPG e del Mezieres (e tanto altro) e dell'osteopatia con la psiche e con la superficie (perlomeno ) della medicina tradizionale cinese.

Bene, Fabio, direi che sei stato molto chiaro e che i nostri ascoltatori hanno sicuramente gradito le informazioni che ci hai dato. Grazie per la tua disponibilità e spero di poter collaborare con te in futuro

  Beh grazie a te. Guarda, questa è stata una grossa opportunità per me e ringrazio fisiopodcast perché è una bellissima opportunità, una bellissima realtà e anzi Finalmente qualcuno si è svegliato, se n'è accorto che si possono fare anche le cose bene in questo modo. Saluto tutti quanti e se qualcuno ha dei dubbi o ha necessità di approfondire può venirci a trovare a Verona il 6 ottobre. È una giornata... chiamiamola giornata promo, ma in realtà eroghiamo sui contenuti molto molto pesanti, molto istruttivi e di contenuto molto carico a chi verrà questa giornata a Verona. E potrà a capire la potenza delle delle catene muscolari e perché funzionano. Quindi vi aspetto, cari ascoltatori, tutti quanti a Verona il 6 ottobre. Ciao a tutti e grazie.


giovedì 1 agosto 2019

FisioPodcast-22-Fisioterapia Ecoguidata, intervista al Dr. Alessandro Moccia

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker. Episodio speciale a FisioPodcast. Oggi parliamo di questa nuova modalità di fare fisioterapia e lo faremo con il Dr. Alessandro Moccia, fisioterapista e osteopata D.O.  L'argomento è la fisioterapia ecoguidata, un tema attuale, interessante e con importanti prospettive per il futuro del nostro lavoro. Buon Ascolto

domenica 28 luglio 2019

FisioPodcast-21-Le patologie della cuffia dei rotatori, Intervista con il Dr. Giuseppe Porcellini e il Dr. Francesco Inglese

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.

Questa settimana, in esclusiva a FIsioPodcast, due BIG italiani della spalla: il dr. Giuseppe Porcellini e il dr. Francesco Inglese. IMPERDIBILE!!!

TRASCRIZIONE DELL'EPISODIO


Le patologie della cuffia dei rotatori
Intervista al Dr. Giuseppe Porcellini

Buongiorno dottor Porcellini e benvenuto a FisioPodcast
Ciao Alessandro, Grazie per avermi invitato per questa intervista interessante, soprattutto sulla spalla, oggetto di grande studio da anni da parte mia e dell’Università di Modena

lunedì 22 luglio 2019

FisioPodcast-20-Nutrizione e Infiammazione

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.
 Oggi non parleremo di tecniche, anatomia, biomeccanica. Niente di tutto ciò. Oggi parliamo di infiammazione, anzi di alimentazione e infiammazione. Tra le altre cose sono anche biologo e quindi, in teoria sono qualificato anche per questi argomenti. Perchè dite voi? Perchè un professionista della salute, quindi anche il fisioterapista, deve sapere qualcosa su questo argomento, per se stesso ma anche per consigliare i propri pazienti. Non siamo nutrizionisti ma qualche consiglio di base lo possiamo sicuramente dare. Quindi oggi niente anatomia, niente patologia, niente tecniche ma nutrizione contro l’infiammazione!!!!

Trascrizione dell'episodio

Alimentazione e Infiammazione

Oggi parliamo di un nemico che incontriamo spesso nel nostro lavoro, quello che il TIME ha battezzato come l’assassino silenzioso o l’assassino segreto. Stiamo parlando dell’infiammazione

mercoledì 17 luglio 2019

FisioPodcast-19-Fisioterapisti e Regime Forfettario. Intervista all'esperto Giampiero Teresi

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.
In questo episodio speciale parleremo di Regime Forfettario con Giampiero Teresi, esperto del settore e autore dei due libri "Partita IVA semplice" e "Regime Forfettario 2019". In particolare vedremo le implicazioni per i fisioterapisti. Liberi professionisti o futuri tali.... Non perdetevela. Esclusiva su FISIOPODCAST!!!

Trascrizione dell’intervista FisioPodcast a Giampiero Teresi

Buongiorno Giampiero e benvenuto a FisioPodcast.
Buongiorno Alessandro e grazie a te, grazie per l'invito a FisioPodcast. Mi ha fatto piacere ricevere da te questa proposta di intervista, di collaborazione appunto sulle tematiche fiscali, che sono quelle che io preferisco.

Intanto ti ringrazio di essere qui. È sempre un piacere ospitare colleghi altri professionisti disposti a condividere la loro esperienza e competenza. Oggi parleremo di aspetti fiscali in particolare di Regime Forfettario. Tutti i liberi professionisti sono potenzialmente coinvolti e quindi anche noi fisioterapisti. Per cominciare ti chiedo di presentarti ai nostri ascoltatori. Chi sei e di cosa ti occupi?
Allora: io innanzitutto mi presento con te e con tutti voi. Noi ci conosciamo da poco. Io mi chiamo Giampiero Teresi e mi occupo di fisco, mi occupo soprattutto di partita IVA, di liberi professionisti e soprattutto del Regime Forfettario. Nel 2014 ho lanciato online questo progetto con il mio primo sito internet che si chiamava tuocommercialistaonline poi chiuso negli anni proprio perché ho accentrato tutti i miei studi e approfondimenti sul Regime Forfettario. Ho fondato quindi un nuovo sito internet, si chiama www.Regime-Forfettario.it, più che altro un blog dove io parlo di di tematiche fiscali, di Regime Forfettario, che è un Regime fiscale molto conveniente che è stato rivoluzionato degli anni; ma parlo anche di tutto il mondo delle partite IVA, soprattutto per tutti quelle che sono le libere professioni. Tra l'altro ho scritto anche degli articoli sulla professione del fisioterapista, cercando di inquadrare questa professione dal punto di vista fiscale e scrivendo tutto quello che un fisioterapista deve conoscere per poter essere in regola con il fisco. All’interno del del mio blog, che è cresciuto tantissimo negli anni, ho cercato di dare delle risposte a tutti quelli che sono i dubbi fiscali. E poi cerco di rendermi utile anche con il mio gruppo Facebook, un gruppo molto seguito, si chiama Regime-Forfettario consigli utili. È un gruppo ormai formato da circa 7000 persone, dove molte di loro mi pongono giornalmente delle domande, delle questioni fiscali e cerco di rispondere un po' a tutti.

lunedì 15 luglio 2019

FisioPodcast-18-La terapia a risonanza magnetica MBST Kernspin, intervista al Dr. Danilo Tenaglia

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.Questa settimana parliamo con il Dr. Fisioterapista Danilo Tenaglia della Terapia a Risonanza Magnetica MBST Kernspin, una terapia rigenerativa a brevetto tedesco che sembra molto promettente nelle patologie degenerative della cartilagine e nel controllo del dolore acuto e cronico

Link all'archivio degli studi

Intro & outro Music by Alex Anceschi background music: http://www.purple-planet.com

+++ Questo podcast non incita all'autotrattamento e all'autodiagnosi. Per le problematiche descritte negli episodi a seguire consultate sempre il vostro medico o un professionista+++

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lunedì 8 luglio 2019

FIsioPodcast- 17-Il metodo McKenzie, con la partecipazione di Massimo Defilippo

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker. Questa settimana facciamo 4 chiacchiere sul Metodo McKenzie. Sarà mio ospite il Dr. MAssimo De Filippo , fisioterapista titolare di fisioterapiaRubiera. Buon Ascolto Intro & outro Music by Alex Anceschi music: http://www.purple-planet.com +++ Questo podcast non incita all'autotrattamento e all'autodiagnosi. Per le problematiche descritte negli episodi a seguire consultate sempre il vostro medico o un professionista+++ LINK AL CANALE DI FISIOTERAPIA RUBIERA https://youtu.be/fxw5Zvjhha0 https://youtu.be/QlUkd1iSbP4 LINK AL McKENZIE INSTITUTE https://www.mckenzieinstitute.org/italia/it_IT/ www.fisiopodcast.it fisiopodcast74@gmail.com

FisioPodcast-16-La capsulite adesiva, intervista a Francesco Inglese

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.Oggi abbiamo un gradito ritorno. Il Dr Francesco Inglese ci parlerà della Capsulite adesiva o spalla congelata. Un appuntamento immancabile. Buon Ascolto

Link al libro "La spalla: Riabilitazione ortopedica" di Francesco inglese
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TRASCRIZIONE DELL'INTERVISTA

La Capsulite adesiva
Intervista al Dr. Francesco Inglese

Ciao Francesco e benvenuto, anzi, bentornato a FisioPodcast. È sempre un piacere averti qui a fare chiarezza su argomenti interessanti. Infatti, oggi parliamo di una patologia molto discussa ultimamente sui social, che è la capsulite adesiva, una problematica molto dolorosa e limitante che so per certo starti molto a cuore.
  Ciao Alessandro, un caro saluto, ti ringrazio per questa nuova intervista. Ho saputo con piacere che la prima, riguardante le patologie legate all'instabilità di spalla, è stata seguita da diversi colleghi. Spero anche che sia piaciuta e che sia servita a far luce su una patologia molto frequente che riguarda l'instabilità di spalla. Oggi, insieme a te, volevo affrontare questo nuovo argomento, sempre riguardante le patologie ortopediche della spalla, che vede appunto la capsulite adesiva come tema del nostro incontro, della nostra conversazione. Perché abbiamo scelto la capsulite adesiva? Sicuramente perché sia l'instabilità che la capsulite adesiva riguardano lo stesso tessuto anatomico, in questo caso la struttura capsulo-legamentosa. Per quanto riguarda l'instabilità abbiamo una struttura molto elastica, che favorisce movimenti eccessivamente ampi, mentre nella capsulite adesiva questa struttura anatomica, dopo una infiammazione che ne produce un ispessimento, limita enormemente il movimento su tutti i piani. Quindi, affrontiamo la capsulite proprio perché è legata a una patologia dello stesso tessuto che favorisce l'instabilità.

Bene, quindi, veniamo subito al sodo. Che cos'è la capsulite adesiva?
  Come dice la parola, capsulite adesiva è sicuramente un’infiammazione della capsula. Questa infiammazione, per motivi ancora non noti, quindi su base idiopatica, che cosa favorisce? Favorisce una proliferativa sinovite ipervascolare, con formazione cicatriziale. Quindi la capsula a un certo punto si infiamma, si ispessisce e perde il suo volume capsulare, limitando sia il movimento passivo che quello attivo su tutti i piani. Quindi diciamo che la caratteristica di questa patologia è proprio la perdita del movimento. Questa perdita, ovviamente, può essere di pochi gradi o di molti gradi. però la caratteristica che accomuna tutti i pazienti è che la perdita interessa tutti i movimenti. Magari più l'intra e meno l'extra, oppure più l'anteposizione meno l'estensione. Comunque sia, tutti i movimenti sono coinvolti da questa perdita di elasticità.

Questo termine, capsulite adesiva, è una cosa recente o ha una sua storia?
  Il primo autore, diciamo il primo medico, che parla di capsulite adesiva è Codman, che nel 1934 conia questo termine. Successivamente altri autori, come Neviaser nel 1945, identifica effettivamente la struttura responsabile, osservando una sinovite e un ispessimento della capsula articolare. Mentre Reeves, successivamente, distingue due grandi famiglie di rigidità tissutali: la spalla congelata come capsulite adesiva primaria (detta anche Frozen shoulder) mentre la spalla rigida post-traumatica è una rigidità secondaria a un evento traumatico. Di eventi traumatici ce ne possono essere tantissimi. Immaginiamo solamente che il 10-20% dei pazienti che si operano alla spalla per altre patologie (per dire frattura scomposta di trochite, lussazione di terzo grado acromion-claveare, lesione a tutto spessore del tendine del Sovraspinoso eccetera eccetera), tutti questi pazienti che hanno ovviamente un sanguinamento legato all'intervento, e quindi una successiva immobilizzazione per favorire la cicatrizzazione dei tessuti, una percentuale di questi pazienti può andare incontro a una limitazione del movimento da causa tissutale. Quindi abbiamo due grandi famiglie di rigidità da causa tissutale: quelli che si bloccano dal nulla e quelli che invece si bloccano per un motivo concreto, riconosciuto.

Come si effettua la valutazione e quindi la diagnosi?
  La diagnosi della capsulite adesiva è prevalentemente clinica, infatti gli esami strumentali sono spesso negativi e sono utili per escludere altre patologie associate. Per esempio è importante richiedere le radiografie su tre proiezioni: antero-posteriore, ascellare e Y di Neer, per avere una visione a 360 gradi delle strutture ossee, e quindi della rima articolare, l'integrità sia della glena sia della testa, che ci fa capire che la limitazione su più piani del movimento non è da causa meccanica, non c'è una artrite reumatoide, una condrocalcinosi. una osteocondromatosi o una semplice artrosi eccentrica o concentrica gleno-omerale. Quindi noi, dalla radiografia, diciamo che non c'è un motivo meccanico a questa perdita di mobilità. Ecco che la perdita di mobilità viene ricondotta a una causa tissutale, a una perdita di elasticità dei tessuti, e quindi la radiografia è importante per escludere altre patologie associate. Dopodiché possiamo richiedere una risonanza magnetica, che può farci vedere le strutture tendinee ed escludere la presenza associata di una lesione, parziale o totale, di uno dei tendini della cuffia dei rotatori. Una cosa che può essere notata nella risonanza magnetica è la perdita del volume della parte inferiore della capsula articolare, le cui superfici sono più vicine, e quindi la risonanza esclude patologie associate tendinee e può evidenziare una perdita del volume capsulare. Invece l'aspetto clinico è molto rilevante perché di fronte a noi si presenta un paziente che, pur non avendo nulla a livello osseo, pur non avendo nulla a livello tendineo, presenta una perdita di mobilità su tutti i piani dello spazio. Questa perdita di mobilità è insorta in un periodo lungo di evoluzione, cioè è comparso prima un dolore, poi questo dolore nell'arco dei mesi ha portato a una perdita del ROM passivo (e conseguentemente attivo), e manifesta soprattutto un dolore che tende ad irradiarsi verso il gomito e in molte occasioni, in molti pazienti, arriva fino alla mano. Noi sappiamo che nessuna patologia della spalla, eccetto la capsulite, tende a dare un dolore così persistente, fastidioso, che s'irradia lungo il braccio. Infatti sappiamo che la tendinite del sovraspinato in genere irradia nella zona dell'inserzione dei fasci medi del deltoide; sappiamo che l’osteolisi acromion-claveare irradia verso il tratto cervicale; sappiamo che la tendinite del capo lungo del bicipite irradia anteriormente e a volte raggiunge il gomito, ma non è così frequente; la tendinite del sottoscapolare è legata a un dolore anteriore, non irradiato. Quindi, quando di fronte a noi ci si presenta un paziente che ha una perdita su tutti i piani dello spazio, con una RX negativa, una risonanza magnetica negativa per patologie tendinee (che comunque non limiterebbero il movimento passivo, questo è ovviamente da dire) quando il paziente lamenta un dolore intenso che si irradia lungo il braccio, molto probabilmente questo paziente ha una capsulite adesiva. Ovvio che poi abbineremo i test legati alla valutazione della cuffia dei rotatori; ovvio che poi valuteremo sia la mobilità passiva in stazione eretta sia in decubito supino, per avere come riferimento il piano d'appoggio del lettino e vedere la differenza che c'è tra un braccio e l'altro. Quindi diciamo che l'aspetto legato alla valutazione è un aspetto prevalentemente clinico, osservazionale, legato all'anamnesi (cioè quello che riferisce il paziente) e che gli esami strumentali possono aiutarci per escludere patologie associate.

Quali sono i pazienti maggiormente colpiti da questa patologia?
  La forma primaria della capsulite adesiva colpisce prevalentemente le donne in un arco di età che va tra i 40-45 e i 55-65 anni. Ovviamente anche gli uomini possono essere interessati dalla frozen shoulder ma la percentuale maggiore è a carico delle donne. Dopodiché ci sono altre categorie a rischio: per esempio i pazienti che hanno il diabete insulino dipendente, i pazienti con patologie tiroidee, i pazienti che hanno delle dislipidemie o che assumono farmaci antiepilettici. Poi, nella mia esperienza ovviamente, posso indicare anche un'altra caratteristica molto importante: un'alta percentuale di pazienti, parlando durante il trattamento, riferisce forti stress emotivi che hanno preceduto l'insorgenza della rigidità. Ovvio che scientificamente questo forse non potrà mai essere dimostrato ma a mio avviso c'è una forte relazione tra gli stress emotivi e l'inizio della rigidità di spalla. Questo, sicuramente, ripeto, è difficile da spiegare ma molti pazienti dicono che prima dell'insorgenza hanno avuto, per dire, la perdita di una persona cara e questa perdita ha portato un periodo molto stressante emotivamente. Quindi ci sono tante cose che il paziente riferisce, che non è lo stress banale della quotidianità ma sicuramente è un qualcosa di molto più importante. E, se devo dirti in tutta onestà, questa percentuale di pazienti si aggira tra il 60 e l’80% quindi quando il paziente chiede “ma perché mi è venuta questa capsulite?” io ovviamente comincio ad elencare tutti i possibili fattori che la favoriscono e quindi dico il diabete, la tiroide, i problemi dei farmaci antiepilettici, le dislipidemie. Loro scuotono la testa dicendo “no, io non rientro in nessuna di queste categorie”. Quando poi dico “a volte è causata da stress emotivi” alcuni di loro si mettono a piangere all'istante e riferiscono che tutto è iniziato dopo un forte stress, come la perdita di una persona cara, quindi un lutto. Quindi, scientificamente non lo possiamo dimostrare ma c'è una forte correlazione. Poi mi viene un altra cosa da pensare: la capsulite adesiva non esiste in nessuna articolazione del corpo eccetto la spalla; cioè noi possiamo avere un trauma al ginocchio e questo ginocchio dopo essere stato immobilizzato si può irrigidire, ma questa è una rigidità secondaria. Non c'è nessuna articolazione che dal nulla s'irrigidisce, eccetto la spalla. Guarda a caso c'è un detto che è “porta il peso del mondo sulle spalle” e non è “porta il peso del mondo sulla caviglia”, “porta il peso del mondo sul ginocchio”, “porto il peso del mondo sull'anca”. Probabilmente questo detto, che è una credenza popolare e quindi non scientifico, ha un fondo di verità. Guarda a caso, solo la spalla è interessata dalla capsulite primaria.

So che la capsulite ha una sua evoluzione, quindi, ci puoi descrivere come evolve? Ci sono delle fasi che la differenziano?
  La forma primaria di questa patologia si caratterizza di tre fasi:
  1. la prima fase ha una durata che può andare da un minimo di 2 a un massimo di 9 mesi. In questa fase il paziente inizia ad avvertire i primi segni del dolore. Questo dolore inizialmente non lo preoccupa però, man mano che passano i mesi, questo dolore può essere più o meno intenso, può disturbare il sonno notturno e, soprattutto, non passa mai. Quindi il paziente inizia piano piano a preoccuparsi.
  2. la fase due inizia nel momento in cui il paziente tende a perdere qualche grado di mobilità. Questi gradi di mobilità possono essere da pochi a molti e la fase ha una durata che va da un minimo di 3 a un massimo di 12 mesi. In questa fase il paziente è maggiormente preoccupato perché il dolore è più intenso e in più si abbina al dolore la perdita del movimento. E quindi, ovviamente, a livello funzionale nota una grave difficoltà nei movimenti. Se avvengono dei movimenti inavvertiti, bruschi, come per dire... inciampo, mi sta per cadere un oggetto o chiudo lo sportello della macchina bruscamente, si abbina a questi movimenti bruschi un dolore molto intenso, che si irradia lungo tutto il braccio e che per alcuni secondi lascia il paziente tramortito. In questa fase c'è ancora un processo infiammatorio. Ecco che il dolore è intenso perché è giustificato dall’infiammazione della capsula articolare.
  3. nella terza fase il dolore diminuisce ma in alcuni pazienti può rimanere la perdita del movimento. Ecco che molti colleghi o medici dicono che la capsulite adesiva si risolve spontaneamente. Certo, la capsulite adesiva si risolve, quindi per quanto riguarda l'aspetto del processo infiammatorio in fase 3 non c'è più l'infiammazione della capsula. Quello che invece può rimanere, come complicanza dell'infiammazione capsulare, è la perdita del movimento. Quindi la perdita del movimento è la conseguenza dell'infiammazione della capsula, non la patologia stessa, perché la patologia si è in realtà risolta. Ecco che molti pazienti che arrivano magari nello studio in fase 2, e che noi riconosciamo che hanno una capsulite, possono dirci “ma sì, mi hai raccontato che ci sono queste tre fasi ma devo per forza arrivare alla terza? Non possiamo fermarla prima?”. E ovviamente io spiego che una volta che inizia la fase uno, che è l'inizio dell'infiammazione, conseguentemente c'è la fase 2, che è la perdita di questa elasticità; e di conseguenza c'è la fase 3, che è la fine dell'infiammazione. È come l'influenza: il paziente ha una semplice influenza, inizierà con qualche brivido, qualche linea di febbre, poi avrà un picco e poi l’influenza passerà. E quindi la fase 3 si abbina alla risoluzione dell’infiammazione. Molti pazienti, però, hanno una perdita di mobilità importante, di parecchi gradi, alcuni anche fino a 120 gradi di perdita dell'elevazione anteriore (che ricordiamo essere di 180 gradi). Quindi non riescono ad alzare il braccio nemmeno al di sopra della spalla e questa limitazione complica tutte le attività della vita quotidiana, dal vestirsi, a lavarsi, al mangiare e quindi sicuramente il paziente è molto preoccupato della situazione. Mentre nella fase 2 è il dolore che sovrasta la perdita della mobilità, quindi il paziente è più preoccupato del dolore, nella fase 3 (se rimane la rigidità, perché a volte si può autorisolvere se la capsulite non è molto violenta) se rimane la rigidità, prevale il disturbo funzionale. Ecco che noi possiamo riconoscere la fase 2 dalla fase 3 da diverse caratteristiche. La prima di queste è la diminuzione del dolore e invece la presenza maggiore del disturbo della rigidità. Poi, l'altra caratteristica per cui distinguiamo la fase 2 dalla fase 3, è la tempistica. Raramente ho visto pazienti in fase 3 prima dei sei mesi dall’insorgenza del primo sintomo doloroso. Infatti, se andiamo a vedere la prima fase può durare un minimo di due mesi, la seconda fase dura un minimo di tre, quindi la somma già fa cinque mesi. Ecco perché per arrivare in fase 3, a volte devono passare più di cinque mesi. È una patologia molto lunga dal punto di vista della sintomatologia, però un aspetto positivo è che si risolve. Quindi, sicuramente, il paziente che ha una capsulite adesiva arriverà a risolvere il dolore in primo luogo, e a recuperare completamente la mobilità limitata da questa infiammazione.
Facciamo una piccola parentesi, diciamo, di EBM. Esistono delle linee guida per la cura e il trattamento della capsulite adesiva?
  Allora, sicuramente non esistono delle linee guida univoche sul trattamento per risolvere una capsulite adesiva primaria. Io ho letto le più recenti linee guida, che risalgono al 2018, e ci sono molte situazioni contrastanti. Si parla di tutto e di più. Ovviamente, anche nelle discussioni coi colleghi o nei vari congressi, emerge quest'aspetto. Facciamo, per esempio, delle considerazioni relative ad altre patologie. Se prendiamo un paziente di 55 anni, che ha una risonanza magnetica positiva per lesione a tutto spessore del tendine del Sovraspinoso, soggetto quindi giovane, che deve compiere ancora dei lavori pesanti. Ha un dolore refrattario al trattamento riabilitativo, magari è stato fatto di tutto e questo dolore non è passato. Il consiglio dell'ortopedico, di tutti gli ortopedici, è quello di fare un intervento in artroscopia per la sutura di questo tendine. Se abbiamo un paziente, invece di 70-75 anni, che ha una grave artrosi eccentrica, con forti dolori che non passano con nulla e perdita della funzionalità molto importante, l'indicazione di tutti gli ortopedici (quindi ci sono delle linee guida comuni) è quella di fare una protesi inversa. Se invece prendiamo un paziente che in realtà non ha nulla, perché ha delle radiografie negative, una risonanza magnetica negativa, ha solo una perdita di mobilità su tutti i piani, invalidante e dolorosa, qui per qualcosa di meno grave (perché a livello di esami strumentali non c'è niente di significativo) ci complichiamo la vita. Perché c'è un medico che magari dice “fai del cortisone per bocca per 2 3 settimane”, l'altro che fa le infiltrazioni di cortisone endoarticolari. Poi c'è chi propone il cateterino a permanenza, c'è chi dice di fare degli esercizi di autoallungamento, quindi domiciliari; c'è chi dice “va in piscina a fare dei movimenti in acqua”, c'è chi fa delle mobilizzazioni passive più o meno dolorose, c'è chi dice addirittura “aspetta che ti passi”. Quindi vediamo che nell'ambito della capsulite adesiva primaria non troveremo mai, a mio avviso, un accordo, una linea guida univoca. Perché? Perché è la stessa patologia che può avere forme più o meno gravi e può andare dalla autorisoluzione alla grande rigidità. Quindi, immaginate una capsulite che va verso l’autorisoluzione: noi magari gli facciamo una terapia fisica (questa patologia si risolveva da sola nell'arco di diversi mesi) e attribuiamo a quella terapia fisica il risultato positivo. Oppure facciamo un altro approccio terapeutico, la patologia tendeva ad autorisolversi spontaneamente nel corso di mesi, e quindi attribuiamo il vantaggio a quell’approccio terapeutico. Quindi ci sarà sempre un po' di discussione, dibattito per quanto riguarda l'approccio riabilitativo a questa patologia. L'unica cosa che ci accomuna, che ci rende tutti d'accordo, è che sicuramente è dolorosa, molto lunga nella risoluzione, invalidante se c'è una grave perdita di ROM passivo, e il cui recupero è, sì completo, ma comunque lento.

Quale strategia consigli tu al paziente che si presenta in studio con diagnosi di capsulite?
  Ovviamente parlo direttamente col paziente e gli dico “per recuperare questi gradi mancanti di mobilità, che nel tuo caso sono 90, esistono tre strategie”:
  1. la prima strategia è rappresentata dagli esercizi di allungamento, da fare quotidianamente a casa, abbinati alle mobilizzazioni passive fatte dal fisioterapista, proprio per vincere la resistenza di questo tessuto che si è retratto.
  2. il secondo approccio è la mobilizzazione, però previa anestesia di plesso.
  3. il terzo è l'intervento di artrolisi artroscopico.
Quindi io metto sul piatto della bilancia questi tre approcci. Ovvio che il paziente viene da me dopo aver fatto terapie fisiche di tutti i generi, esercizi, mobilizzazioni più o meno intense e questa rigidità è ancora presente. Quindi sono passati 8-9-10 mesi e il paziente non ha risolto. E io gli dico “a mio avviso le tre strategie più utili sono queste. La prima l'hai già fatta ma forse magari il collega ha tirato ma non con la dovuta intensità. Tu hai una resistenza, questa resistenza deve essere vinta non con un allungamento prolungato (come per esempio possiamo fare sul muscolo per ridurre l'attivazione dei fusi neuromuscolari). Quel tessuto che resiste, che è retratto, è la capsula e quindi non lavoriamo sul tempo d'allungamento ma lavoriamo sull’intensità dell'allungamento, perché dobbiamo vincere una resistenza. È come se io dovessi spingere una macchina che ha finito la benzina. Se mi appoggio dolcemente la macchina rimane lì per ore, giorni e mesi. Se invece vinco la resistenza della macchina, ovviamente la macchina si sposta. Quindi questa resistenza capsulare ha un'intensità che noi dobbiamo vincere con un'intensità superiore dell'allungamento. Ovviamente queste sedute sono molto dolorose. Quindi si scalda molto col movimento passivo dolce, inizialmente, e via via che la spalla è ben calda si può preparare prima con un panno caldo umido, un termoforo, una terapia con calore, e poi successivamente passare all'allungamento. Diciamo che questa strategia può ottenere sicuramente dei buoni risultati, però in tempi più lunghi e con un dolore più intenso. La seconda strategia è legata alla mobilizzazione in anestesia di plesso. Io ho iniziato questa procedura personalmente nel 1999, quindi sono passati vent'anni e più, e sicuramente ha ottenuto dei grandi vantaggi. Dopo magari parleremo esclusivamente dello sblocco in anestesia di plesso, nella successiva domanda. Per il momento l'accenniamo solamente. Dopodiché c'è l’artrolisi artroscopica. In linea generale, quando un paziente viene visitato dall'ortopedico e viene diagnosticata una capsulite adesiva, il medico dice al paziente “ok fai alcuni mesi di riabilitazione, fino magari a 6-8 mesi. Se non risolviamo in questo modo facciamo l'intervento artroscopico di artrolisi.” Ovviamente, a mio avviso, da fare un trattamento conservativo che non ottiene risultati a fare un intervento chirurgico, c'è un passo troppo lungo. Sicuramente la procedura di mobilizzazione in anestesia di plesso è una tappa intermedia che porta a buoni risultati e che può scongiurare l'intervento chirurgico, che comunque sia, se il secondo step legato alla mobilitazione in anestesia di plesso non ottiene dei risultati, l'intervento è sempre lì a disposizione, per cercare di risolvere quella spalla particolarmente difficile.

Ecco, parliamo proprio di questa procedura un po' controversa, che è la mobilizzazione in anestesia di plesso. Tu la consigli?
  La mia esperienza diretta sulla mobilizzazione in anestesia di plesso è un'esperienza molto positiva, perché mi ha consentito di risolvere delle capsuliti veramente gravi, con perdite di mobilità superiori ai 100 gradi di anteposizione, con extrarotazioni a -10, -15 gradi, con intrarotazioni che non arrivavano neanche al gran trocantere, quindi braccio praticamente lungo il fianco. Questi pazienti avevano già effettuato vari mesi di terapie fisiche, terapie farmacologiche, infiltrazioni, alcuni di loro fino a 11 infiltrazioni senza ottenere alcun risultato sul recupero della mobilità. Consideriamo sempre il fatto che il dolore diminuisce perché la patologia va nella direzione di un recupero dell'infiammazione, quindi l'infiammazione si attenua, indipendentemente da quello che noi facciamo, quindi il paziente arriverà a un punto che avrà meno dolore ma potrà avere una limitazione importante del movimento. Quindi, come recuperare questo movimento? Se il paziente ha fatto tantissime procedure e non ha ottenuto nessun vantaggio, e la perdita di mobilità è molto consistente, io propongo la mobilizzazione in anestesia di plesso. Ovvio che ci sono dei criteri di inclusione:
  • dobbiamo avere dei pazienti non molto adulti, perché non dobbiamo avere associazioni di osteoporosi
  • dobbiamo avere dei pazienti che hanno una capsulite primaria in fase 3, perché lo sblocco in anestesia non può essere fatto in una fase 2, dove presenta ancora l'infiammazione. L'infiammazione verrebbe accentuata da una procedura eccessivamente cruenta, quindi noi dobbiamo essere super sicuri che il paziente sia in fase 3.
Dopodiché, la procedura offre sicuramente dei vantaggi importantissimi. Voi considerate il fatto che una grave rigidità di spalla recupera circa 5-10 gradi di movimento con delle terapie di mobilizzazione in assenza di anestesia. Quindi se noi abbiamo un paziente che ha 90 gradi mancanti di mobilità passiva, avremo una proiezione sul suo recupero che va da 9 a 18 mesi. Se invece lo stesso paziente effettua una mobilizzazione in anestesia di plesso, seguita da un percorso riabilitativo, lo stesso paziente può recuperare il completo ROM di movimento passivo in un arco di tempo che va da 35 giorni a 90 giorni successivi alla mobilizzazione in anestesia di plesso. Quindi abbiamo un importante vantaggio nell'ambito della tempistica e del recupero. È come se due persone partissero oggi per arrivare ad una meta e uno arriva 6-9 mesi dopo, mentre l'altro arriva in anticipo. Quindi non stiamo certo facendo una gara ma sicuramente il paziente, che è già stremato da una lunga patologia, che finalmente arriva in fase 3, non vede l'ora di risolverla, e risolverla in tempi più brevi è sicuramente un vantaggio. Ovvio che questa procedura offre dei rischi. Ha dei vantaggi ma al tempo stesso ha dei rischi. Sono stati citati, non diciamo non riguardano me personalmente, dei casi di frattura del collo chirurgico dell'omero, dei casi di lussazione gleno-omerale provocata dalla manovra, dei casi di rotture tendinee del sottoscapolare oppure di avulsione del cercine antero-inferiore. Quindi, sicuramente è una procedura che non può essere fatta così, senza aver acquisito un'esperienza diretta. Poi questa procedura ha una precisa evoluzione, cioè i movimenti devono essere effettuati in una logica di progressione. In generale inizia con l'allungamento della porzione posteriore della capsula articolare, attraverso il movimento di adduzione e di rotazione interna per poi, dopo aver fatto diversi movimenti, finire con il movimento di extrarotazione a braccio addotto. Questo perché? Perché la capsula posteriore ha uno spessore che è la metà della capsula anteriore. La capsula anteriore è il doppio della capsula posteriore come spessore perché è inspessita dei legamenti gleno-omerale superiore medio e inferiore. Quindi noi non dobbiamo andare subito a mettere in tensione la porzione meno elastica della capsula, che è quella anteriore. Dobbiamo prima vincere le resistenze della capsula più “debole”. Quando vinciamo quelle resistenze anche la porzione anteriore cede più facilmente perché l'articolazione comincia a fare gioco. E quindi, sicuramente questa procedura fatta in fase 3, su pazienti che non hanno osteoporosi, su pazienti che non hanno patologie di cuffia associata, può offrire un notevole vantaggio nel recupero più rapido e veloce della patologia legata alla rigidità.

Siamo in fase conclusiva e quindi ti chiedo: hai qualche consiglio per i pazienti e per i colleghi?
  • I consigli che mi sento di dare in primo luogo ai pazienti sono sicuramente: essere nel vero senso della parola “pazienti”, perché questa è una patologia che spesso ha tempi lunghi di risoluzione; ovviamente di scegliere la strada migliore nel recupero di questa elasticità che i tessuti hanno perso. Le strade, come abbiamo detto, sono 3: se c'è una lieve rigidità bastano degli esercizi di auto-allungamento e delle mobilizzazioni passive col fisioterapista; se la rigidità è medio grave la strada più veloce, quando ovviamente ci sono i presupposti (quindi no osteoporosi, no patologie correlate tendinee) sicuramente la strada migliore nelle capsuliti medio gravi, è la mobilizzazione in anestesia di plesso; se invece fallisce questa procedura, che in realtà nella mia esperienza ormai di vent'anni di mobilizzazione in anestesia ha fallito pochissime volte; se dovesse fallire l'ulteriore strada può essere l'artrolisi di distensione oppure l'intervento di artrolisi artroscopica. Questo per quanto riguarda i consigli ai pazienti.
  • Invece i consigli ai colleghi fisioterapisti: se ci troviamo di fronte a una capsulite primaria, è importante individuare lo stadio in cui questa capsulite è. Perché se è in uno stadio 2, fare delle terapie che producono calore nel tessuto oppure dolore nelle zone dell'articolazione della spalla come mobilizzazioni intense, oppure onde d'urto, oppure altre terapie che arrecano dolore, può avere un effetto contrario, negativo. Perché gli stimoli dolorosi in fase 2 possono scatenare un’ulteriore infiammazione. Quindi è importante stabilire se la capsulite è primaria o secondaria; se è primaria, in quale fase è. Mai agire in una fase 2. E’ sempre meglio intervenire, avere un po' di pazienza e aspettare, che la capsulite arrivi in stadio 3, che comunque ci arriva perché è una naturale evoluzione della capsulite primaria.
Molto bene. Un'ultima domanda sulla tua attività formativa. Possiamo dire senza dubbio che in Italia sei un riferimento assoluto per quanto riguarda la spalla. Effettui appunto docenza, corsi di formazione per colleghi che vogliono perfezionarsi nella gestione, nel trattamento di questa articolazione così complessa. E so che recentemente hai lanciato un progetto FAD, tra l'altro da 50 crediti ECM, in cui tratti un po' tutti gli argomenti, tutte le patologie che normalmente tratti ai tuoi corsi. Dalla capsulite, all'instabilità, alle patologie di cuffie, alle patologie traumatiche. Ce ne vuoi parlare?
  Certo Alessandro. È da tantissimi anni che effettuo dei corsi teorici-pratici un po' in giro per l'Italia, sia in ospedali che in centri di fisioterapia, che attraverso l'invito di provider. Mi sono trovato di fronte a una nuova esperienza: questa nuova esperienza che si realizza online, con un corso accreditato FAD, con l'appunto 50 crediti formativi, dove il provider mi ha chiesto di argomentare diverse patologie della spalla. Quindi ho formato sette video didattici. In questi video parlo dei vari argomenti come le discinesie scapolo-toraciche, oppure la spalla dell'atleta; oppure quelle che tu hai elencato prima tipo le patologie tendinee, la capsulite adesiva, l'instabilità traumatica o l'esame obiettivo. È una nuova esperienza. Spero che questi video piacciano e che diano spunto per una crescita professionale a tutti quelli che acquisteranno il pacchetto di video online. Tutti i colleghi che fossero interessati possono contattare direttamente me per alcune informazioni oppure il provider che si chiama secer formazioni, oppure il collega Giuseppe Scalise che si occupa appunto di promuovere questo corso fad.

Ok, direi che anche oggi sei stato chiarissimo. Io ti ringrazio per essere sempre così disponibile a questi interventi e ti aspetto prossimamente magari per parlare di patologie di cuffia o di patologie traumatiche.
  Ciao Alessandro, sono io che ringrazio te. Sei stato molto gentile, mi hai nuovamente coinvolto in un argomento molto interessante che mi sta molto a cuore, come appunto la capsulite adesiva. Spero di essere stato chiaro e che queste indicazioni siano servite ai colleghi. Alla prossima occasione, appunto, per altre discussioni su altre patologie della spalla ortopedica



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+++ Questo podcast non incita all'autotrattamento e all'autodiagnosi. Per le  problematiche descritte negli episodi a seguire consultate sempre il vostro medico o un professionista+++

domenica 30 giugno 2019

FisioPodcast-15-Il Metodo Stecco di Manipolazione Fasciale: intervista con il Dr. Luigi Stecco

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.Questa settimana parliamo del metodo Stecco con l'ideatore del metodo stesso, il Dr. Luigi Stecco, che molto gentilmente mi ha concesso questa bellissima intervista. Parleremo di fascia, di dolore, delle basi del metodo e risponderemo ad alcuni dubbi che ho raccolto in rete. DA NON PERDERE

LINK al Manipolazione Fasciale http://www.fascialmanipulation.com/
LINK al libro Manipolazione Fasciale  https://www.amazon.it/Manipolazione-Fasciale-Parte-teorica-Stecco/dp/8829920428/ref=sr_1_4?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=PVLFG4KJJKF0&keywords=manipolazione+fasciale+stecco&qid=1560614349&s=gateway&sprefix=manipolazione+fascial%2Caps%2C417&sr=8-4

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FisioPodcast-14a-Diatermia: lo stato dell'arte- Intervista del Dr. Marco Musorrofiti al Dr. Enricomaria Mattia

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.Questo episodio speciale è l'estratto dell'audio dell'intervista online del 20 giugno 2019. Ho ottimizzato la qualità audio e condensato i contenuti in 30 minuti succosi e intensi. Buon Ascolto LINK ALL'INTERVISTA ORIGINALE: https://www.facebook.com/marco.musorrofiti/videos/2321365581219720/
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FisioPodcast-14-Come scegliere il materasso: intervista con Luca Maculan di Schienax

Ascolta "FisioPodcast - Parliamo di Fisioterapia" su Spreaker.Oggi parliamo di materassi: come sceglierlo, la differenza tra i materiali (lattice, memory, molle), la durezza. Parleremo anche di reti e di cuscini. Lo faremo con Luca Maculan, fondatore di Schienax, autore del libro "Il metodo Schienax" e socio fondatore dell'associazione Assobed.

Link al libro "Il Metodo Schienax”
https://amzn.to/2YsQlZe

TRASCRIZIONE DELL'INTERVISTA

Buongiorno Luca e benvenuto a FisioPodcast. È già da un po' che volevo fare un episodio centrato sui materassi, soprattutto oggigiorno che la scelta dei materiali e la tecnologia sono molto vari. Parlaci di te. Di cosa ti occupi?
Buongiorno Alessandro e grazie per il tuo invito. Un caro saluto innanzitutto a tutti gli amici di Fisiopodcast, Mi occupo da 27 anni come già anticipato di sistemi di riposo, e proprio per problemi personali e dei componenti della mia famiglia di lombalgia, discopatie, mi stanno molto a cuore le problematiche di mal di schiena. Sono fondatore del negozio Schienax, per l’appunto specializzato in materassi per il benessere della schiena, e ideatore del metodo Schienax, che oltre ad essere il titolo del mio libro è anche un vero e proprio metodo che permette di fare la scelta corretta del sistema di riposo. Fondamentalmente metto le persone nella possibilità di riposare al meglio anche quando il fisico non le aiuta, ed inoltre sono uno dei soci fondatori di una associazione che si chiama Assobed che è una associazione no profit di professionisti del settore di sistemi letto, che per l’appunto fanno della consulenza, del continuo studio e dell’etica i punti salienti nel divulgare come un corretto e sano riposo possa essere di aiuto per la vita quotidiana.
Passiamo a letto circa un terzo della nostra vita. Io ho l'impressione che per risparmiare, ancora non diamo la dovuta importanza al materasso. Cosa ne pensi?
Certamente concordo con te Alessandro, infatti è emblematico che ci sono alcuni clienti che entrano in negozio e la loro prima domanda sia quanto costa un materasso, che per fare un parallelismo è come se una persona entrasse in una rivendita auto e chiedesse quanto costa un autovettura, essendoci dentro dalla panda alla Ferrari.. oggi purtroppo ci siamo abituati con televendite e web a scegliere esclusivamente in base al prezzo e questo comporta, nell’ambito dei sistemi di riposo, proprio per la poca competenza dell’utente finale un grande rischio, visto come dici tu correttamente che passiamo un terzo della nostra vita e lo sostituiamo ogni 10 -15 anni. Perciò sbagliare acquisto significa dover intervenire in tempi brevi e spesso spendere due volte, come si dice oltre il danno la beffa.
Bene, veniamo al punto. In rete si trova di tutto ma a mio parere le informazioni sono un po' ridondanti. Vogliamo dare ai nostri ascoltatori un contenuto più completo? Iniziamo dai materiali: le classiche molle, Memory foam, lattice. Brevemente puoi darci qualche chiarimento rispetto alle diverse caratteristiche?
Certamente. Direi intanto di fare un piccolo distinguo sulla prima tecnologia che hai citato cioè sulle molle, perché queste si dividono in due tipologie: cioè molle così dette tradizionali o Bonnel, le classiche molle che una volta definivano anche ortopediche, e le molle insacchettate indipendenti. Le prime oramai sono considerate obsolete, proprio per il loro tipo di costruzione dove sono ingabbiate da una spirale di acciaio sotto e sopra il molleggio, e due feltri solitamente spessi. Ciò comporta dei grossi limiti di ergonomia cioè la loro possibilità di rispettare il nostro corpo è molto limitata per non dire nulla. Mentre le molle insacchettate, appunto come dice il termine stesso, sono insacchettate una ad una e di conseguenza libere di lavorare autonomamente perciò di accoglierci dove serve e di sostenerci dove serve avendo anche delle zone differenziate tali da agevolare questa operazione. Nei materassi a molle poi si può variare il numero di molle e questo va valutato, tra le varie considerazioni da fare, sulla scelta. In linea generale, anche se non è una regola assoluta, all’aumentare del numero di molle aumenta la precisione di lavoro del materasso stesso. Spesso poi questa tipologia di materasso ha una finitura con un piccolo strato di memory in superficie per aumentare la capacità di ridurre la pressione.
Altra tipologia sono poi i materassi in memory foam. Per quanto riguarda il tanto citato memory qui si apre un mondo infinito di prodotti, in primis perché il materasso cosi definito è sempre un materasso composto da più materiali una base in schiumato ad acqua e una parte in schiuma viscoelastica, più comunemente definita memory. Premesso che entrambi i materiali fanno parte della famiglia, cioè dei poliuretani espansi flessibili, sono comunque materiali molto diversi come risposta. Qui potremmo parlare per ore solo di questo, ma per motivi di tempo a disposizione direi solamente che la qualità dei materassi possono variare tantissimo e possiamo trovare dei materassi in memory davvero molto economici con qualità pessime e dei memory di elevata qualità, che rispecchiano tutta una serie di certificazioni e soprattutto ergonomicamente ci possono dare delle eccellenti soddisfazioni. La caratteristica che maggiormente rende confortevole i memory è la loro bassa resilienza cioè questo ritorno lento della schiuma memory che determina una capacità di ridurre la pressione sul corpo, ad oggi non raggiungibile con altri materiali. Proprio per questo spesso è definito anche materasso antidecubito. Questa caratteristica, assieme all’essere un materiale termosensibile, ci permette di essere meno disturbati durante il sonno, rendendo lo stesso più efficace e rigenerante.
Per quanto riguarda i materassi in lattice direi che anche questa tecnologia di materassi, che per un ventennio ha riempito le case degli italiani, sta un po' segnando il passo in quanto è risaputo che il lattice per la sua struttura necessità di una certa manutenzione, perciò di essere arieggiato spesso; e poi risulta essere un materasso più pesante delle altre tecnologie. A parte questi aspetti, se scegliamo un buon lattice abbiamo un materasso molto reattivo che per elasticità riesce comunque ad adattarsi bene al nostro corpo, senza portare una eccessiva pressione. Perciò è un prodotto che può tutt’ora fare la sua parte. Le strutture in lattice sono generalmente più basse degli altri materassi perciò un materasso in lattice può avere l’anima interna di soli 12 centimetri fino a salire a 18 ovviamente. Ovviamente poi finito, cioè con rivestimento, aumenta di due tre centimetri. Il consiglio che posso dare su questa tipologia di materasso è di scegliere le altezze massime, cioè lastre da 18 cm finiti, 21-22 con il rivestimento, perché questo riesce a garantirmi una migliore elasticità e durata.
Inoltre, da non sottovalutare, anche i materassi composti solo da schiume senza memory, che ci sono sempre stati ma che negli ultimi tempi sono arrivati a delle qualità ottimali e con delle caratteristiche ergonomiche a livello dei materiali più performanti del mercato, eliminando in gran parte i limiti di altri materiali.
Perciò vanno tenuti presenti con molta attenzione.

E riguardo la durezza? Il mito che materasso duro è meglio per la schiena è vero?
È un falso mito che si è creato negli anni, perché venendo in precedenza da materassi che avevano la lana o ancora prima i pagliericci erano morbidissimi e di conseguenza facevano un effetto amaca, ovviamente dannoso. Da li si è passati a creare dei prodotti rigidissimi per contrapposizione, fino a mettere sotto addirittura delle assi di legno per renderli ancora più rigidi. Chiaramente però, un materasso eccessivamente rigido porta a non rispettare le curvature fisiologiche della nostra colonna vertebrale. Perciò in posizione supina non viene rispettata la esse naturale e in posizione laterale non si rispetta una corretta linearità della colonna, mentre la posizione prona (generalmente una posizione di compensazione) ha dei limiti in tutti i tipi di sostegno.

E quindi in base a cosa va scelta la durezza o morbidezza del materasso?
Grazie di questa domanda Alessandro, che la ritengo una delle migliori domande possibili. Perché normalmente la domanda che più mi viene posta è: “meglio il lattice il memory o le molle”. Ma, posto che tra queste tecnologie, come già detto ci sono delle differenze anche sostanziali, la cosa determinante per dormire bene è fare una scelta in base alle proprie esigenze, perciò in base all’indice di massa corporea e alla propria struttura fisica. Se c’è una posizione che si privilegia va considerata, fino ad eventuali problematiche che una persona può avere. In base a questi parametri si deve definire con una consulenza adeguata quale tipo di sostegno sia più adatto. Perciò, valutando questi parametri possiamo consigliare la giusto sostegno, per fare in modo che il materasso, in base al nostro carico, porti correttamente in scarico la struttura osseo scheletrica e in completo rilassamento la struttura muscolare, per fare in modo che, sia posturalmente che fisiologicamente, il nostro corpo durante la notte possa rigenerarsi. Detto ciò va considerato, in caso di matrimoniale, di fare le dovute considerazioni perché non sempre un materasso che può andare bene per un partner va bene anche per l’altro.

La rete ha un ruolo importante o secondario?
La rete ha assolutamente un ruolo importante, nel senso che deve tenere in spinta il materasso verso il corpo. Perciò, innanzitutto, sempre reti a doppia campata nel matrimoniale (che vuol dire una doga per ogni metà) e le doghe devono essere sempre ben concave, per tenere in spinta il materasso verso il corpo e cosi fare in modo che il materasso si adatti perfettamente al corpo. Di base direi di mettere sempre una rete nuova quando si cambia materasso perché se si va ad utilizzare una rete di 10-15 anni su un materasso nuovo, non potrà rendere al meglio il materasso stesso oltre che usurarsi precocemente.
Scusa Luca, mi sono perso. Le doghe devono essere concave o convesse?
Allora Alessandro, le doghe devono essere concave, cioè significa che sono curvate verso l’alto e tengono in spinta il materasso verso il nostro corpo.
E quali tipi di rete ci sono e quali consigli?
Ci sono diversi tipi di reti con doghe più piccole da 38mm e con più doghe di norma (cioè 28 su una rete singola) applicate mediante dei supporti che possono far lavorare in modo più o meno elastico la rete e con varie possibilità di regolazioni (zona spalla e zona bacino regolabili fondamentalmente), utili per poter personalizzare ancora di più la risposta del sistema letto nel suo insieme; oppure reti più semplici, con doghe più larghe e un numero minore di doghe, generalmente 14 da 68 mm, fisse sulla struttura. Quest’ultime con meno regolazioni. È una rete di base un po' più rigida. Fino ad arrivare alla relativamente nuova tecnologia delle reti a piattelli, formate da solitamente 40 piattelli su una rete singola, che lavorano singolarmente rispettando perfettamente i punti di carico e sono personalizzabili come sostegno su ogni singolo punto. Inoltre si può passare alle reti con movimento, che permettono di agevolare la circolazione oppure problemi di reflusso gastrico o semplicemente per agevolare la lettura o altre situazioni a letto. Anche se dare un consiglio significa sempre un po' generalizzare, direi comunque che consiglierei sia per qualità e rapporto costi benefici una rete con doghe da 38 mm e 28 doghe sulla singola.

Molto bene. E per quanto riguarda il cuscino? Anch’esso ha una sua importanza?
Certamente, il cuscino è uno dei tre elementi che compongono il sistema letto e come tale ha la sua importanza. Anche qui la scelta sia dei materiali sia delle forme sia del tipo di sostegno è enorme. Per farti un esempio io in negozio ho più di 30 modelli diversi. Il cuscino dipende sempre in primis dal materasso che scelgo, nel senso che se ho un materasso accogliente avrò bisogno di un cuscino più basso o viceversa. Inoltre dipende anche dalla posizione che assumo a letto e qui subentra solitamente un compromesso perché non sempre dormo magari nella stessa posizione, perciò se dormo principalmente in posizione supina necessito di un cuscino non troppo alto altrimenti mi tiene la testa troppo inclinata in avanti; ma se dormo sul fianco dovrebbe essere un po' più alto per coprire lo spazio dalla spalla al collo. Poi qui ci sono diverse forme, dalla tradizionale a saponetta alla doppia onda cervicale ma ogni caso è a se e diventa difficile generalizzare.

Come dovrebbe essere il negozio ideale per fare un acquisto sicuro e consapevole?
Anche questa domanda è davvero utile perché quando si acquista un materasso entrano in gioco molti fattori, uno tra i più importanti è il poter fidarsi di chi ci propone il sistema letto, proprio per la poca competenza che normalmente un cliente può avere in questo settore. Diciamo che la prima cosa a mio avviso è andare da uno specialista, cioè un negozio che venda solo ed esclusivamente materassi, reti, guanciali ecc. Perché è logico che tutte le altre tipologie di negozi (mobilieri, grande distribuzione ecc.) non possano avere le competenze di uno specializzato solo in questo. Poi è molto importante che il negozio sia multimarca perché questo ti permette di attingere da più aziende che sono riconosciute a livello nazionale o internazionale, e sono in grado di garantire standard e certificazioni che solo grandi marchi possono garantire. È poi chiaro che chi si spaccia per fabbrica che vende direttamente è uno stratagemma per attrarre clienti e vendere l’idea di un acquisto vantaggioso, ma le vere fabbriche di materassi non vendono al privato, proprio perché non è il loro business, chi produce fa solo quello. Ed infine direi di diffidare di tutti quei negozi che propongo forti sconti perché anche qui ahimè è solo uno specchietto per le allodole, e vendono nient’altro che prodotti del valore proposto scontato.

So che hai scritto un libro che si intitola “metodo Schienax”. Ed è il primo libro in Italia che tratta l'argomento. Ce ne vuoi parlare un po'?
Certo, con molto piacere. Questa idea mi è venuta perché purtroppo, come dici tu, in questo argomento si trovano molte informazioni frammentate e per lo più contrastanti. Ogni giorno mi trovo di fronte clienti con poche idee e ben confuse. Questo porta a fare una scelta dettata dallo sfinimento, non capendo bene cosa fare, e la possibilità di sbagliare è elevatissima. Da qui la decisione di cercare di mettere in riga tutte le informazioni che riescano a garantire al cliente una scelta corretta, senza sprecare tempo e denaro, ma soprattutto nel mio libro spiego bene il mio metodo Schienax, che oltre ad essere il titolo del libro è il metodo che uso nel mio negozio per far scegliere al meglio. Qui viene spiegato chiaramente passo passo e questo penso possa essere utile per chi deve fare acquisti di questo tipo.

Molto bene Luca, ti ringrazio per la chiarezza e la disponibilità. Lasciamo in descrizione il link al tuo sito, al tuo libro, e per chi volesse approfondire l'argomento, o magari acquistare un materasso adatto alle proprie esigenze, i recapiti per poterti contattare. Ciao e grazie ancora

Ciao Alessandro e grazie a te per la tua intervista e ancora un caro saluto a tutti gli amici di fisiopodcast

www.schienax.it
mail info@schienax.it
numero di telefono 044 53 72 283
numero verde 800 59 27 59

Link al libro "Il Metodo Schienax”
https://amzn.to/2YsQlZe

Intro & outro Music by Alex Anceschi
music: http://www.purple-planet.com